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Punto di fuga, di Mirco Sassoli
Venerdì 05 Febbraio 2010 12:12    PDF  | Stampa |  E-mail

Ci sono pochi casi in cui un film riesce a coinvolgere lo spettatore in un’atmosfera tanto da scuotere la sua coscienza. Il corto che vi presentiamo oggi, “Punto di fuga”, è uno di questi. I cinque minuti della sua durata sono cinque minuti ipnotici, che trascinano lo spettatore a provare le stesse – forti – emozioni dei due protagonisti.
Il film si chiude con i versi di un rapper, Frankie HI-NRG MC, ma potrebbe anche finire con una citazione di Pascal, esattamente nello stesso senso in cui la città di provincia dell’Appennino aretino dove il corto è stato pensato, la piccola Lucignano, sarebbe anche potuta essere Los Angeles. Nulla sarebbe cambiato nel messaggio del film. Abbiamo rivolto alcune domande a Valentina Cidda, ideatrice e regista di "Prima della cenere", lo spettacolo teatrale di Dulcamarateatro da cui è stato tratto il corto, premiato per la sezione “Videoarte” alla 6° Festa internazionale dei cortometraggi di Roma (la regia video è invece di Mirco Sassoli, con la collaborazione di Caterina e Valentina Cidda). Leggetela attentamente, questa intervista, perché ne vale la pena.

Il vostro film parla di prigione, di inutilità, di ineluttabilità della sconfitta come metaforico riassunto dell’esperienza esistenziale umana. Non vi sembra di aver esagerato con il pessimismo?

Solo ad uno sguardo di superficie le mie opere mostrano pessimismo. In realtà io passo dall´osservazione profonda della realtà, della disperazione umana, dell´alienazione di oggi e di ieri in cerca dell´unica salvezza possibile... anche se salvezza non è certo una parola adeguata: tra il pessimismo e il nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere, esattamente in mezzo, c´è la consapevolezza che sostiene la vita. La via è la consapevolezza. Dire "prigioniero di me stesso con le chiavi in tasca invoco libertà" non è pessimismo, ma presa di coscienza, punto di partenza, unico spiraglio, conquista del proprio essere, accettazione del vuoto per accogliere il tutto...
Come ha scritto pochi mesi prima di essere uccisa la rivoluzionaria Rosa Luxenburg, « La vita, quando si sa ascoltarla, canta anche nella sabbia che scricchiola sotto i passi lenti e pesanti della sentinella ».

“Punto di fuga” è un’ottima risposta a chi lamenta la mancanza di soldi nel cinema italiano. È la dimostrazione che per produrre pellicole valide non c’è bisogno dei milioni, ma alle volte bastano le buone idee. Il nostro neorealismo, o la scuola cinematografica polacca degli anni Settanta hanno realizzato capolavori immortali spendendo spiccioli. Ma se voi aveste un budget di, poniamo, un milione, cosa ne fareste?

Anche questa è una bella domanda! Beh, a dire il vero sarebbe sufficiente molto meno per fare molto di più… Ma una cosa è certa: con un milione le pellicole da realizzare sarebbero ben più di una. Tutta la mia ricerca è tesa verso l´estrema nudità dell´essere e dell´esprimersi. In un mondo in cui non si fa che gareggiare per chi urla più forte l´unico modo per dire qualcosa è sussurrare, semplicemente, direttamente, da volto a volto, da sguardo a sguardo, da oggetto a oggetto, da verità a verità... e la verità, a dire il vero, è immensamente economica.
Un piccolo aiuto economico, ovviamente, è sempre prezioso... ma solo perché il sistema in cui viviamo ci costringe a dover sopravvivere, e il tempo che si è costretti a dedicare alla sopravvivenza sottrae tempo al tempo dell´anima, della creatività, del sogno, del gioco, dell´idea da nutrire... e il tempo, purtroppo, pur essendo il più diabolico prodotto della mente umana, è scandito su questa terra da leggi e ritmi inadeguati a quelli del nostro essere profondo, così fugge, soffoca e schiaccia.
Questo è ciò che credo fermamente: “Uno spettacolo, un film, un opera, non incrina il cuore di nessuno. Non ha il potere di agire sull´essenza sottile dei suoi spettatori. Uno spettacolo non ha la forza rivoluzionaria del silenzio, dell´amore, del dolore”, e chi fa cinema, o teatro, deve esserne sempre cosciente.

Nel vostro filmato ci si accorge dell’importanza che hanno avuto per il vostro modo di fare cinema le vostre esperienze teatrali. Che cosa credete possa dare in più il teatro a chi realizza corti o lungometraggi?

Molto di più o molto di meno. Dipende da quale teatro, da cosa si intende per teatro, dalla proprio ricerca, dal lavoro su se stessi, dalla disciplina, dalla severità, e soprattutto dalla conoscenza di tutto ciò che c´è stato prima, dall´amore per i maestri, dall´umiltà, che è sacra e necessaria. Non è tanto il teatro a dare di più, ma l´arte, laddove diviene territorio senza frontiere, e dove l´arte si fonde con e racconta la vita, l´uomo, le mutazioni del mondo e della storia. È allora che lo scambio e l´interazione è reciproco in ogni direzione, arte in tutte le sue evoluzioni: musica, letteratura, poesia, fotografia, teatro, cinema... Bisogna conoscere e amare, assimilare e poi svuotarsi perché qualcosa si possa davvero creare. E aggiungo: sono ben lungi dal riuscire in questo intento, ma umilmente ci provo... ci proviamo.
Il vero segreto della creatività non è nel tentativo vano di essere originali: nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Quando Duchamp realizzò l´Urinatoio capovolto non inventò nulla, ma capovolse con un gesto il mondo intero. Fu una dichiarazione, un nuovo inizio, l´inizio di un oggi tutto da concepire. Occorre saper rubare dai maestri, dalla storia, dalla vita, quel tanto che basta perché il nuovo possa fiorire dalla metamorfosi... con estremo rispetto e devozione. Non c´è male più grande della presunzione. E purtroppo è un male che oggi colpisce e serpeggia senza tregua.

Perché avete scelto di girare “Punto di fuga” in bianco e nero?

Il bianco a nero mette a nudo. Sottolinea presenza e assenza, le pone su una bilancia dove hanno uguale peso. Ed è una ulteriore scarnificazione della realtà, una ricerca del fondo, del nucleo, dell´essenza. In realtà non esiste che il bianco... tutti gli altri colori sono un effetto del nostro occhio e della rifrazione della luce. I corpi sono spogliati dei colori, così come lo sono gli spazi, luoghi-non luoghi, così come l´essere è spogliato della propria libertà di essere.

Il corto ha vinto un premio a Roma inserito nella categoria “Gli altri”. A quali “altri” pensavate quando avete realizzato il film? Si tratta di una classificazione generica o avevate in mente qualche categoria di “altri” in particolare?

Gli altri siamo noi stessi. Perché finché non si va verso la consapevolezza profonda, gli altri non saranno altro che specchi dove vediamo riflesse le nostre mancanze, contro le quali ci accaniamo, ignari del fatto che ci stiamo accanendo contro noi stessi.

Ci potete parlare dei vostri prossimi progetti?

Di progetti ne abbiamo tanti: altri corti, e poi uno spettacolo a cui sto lavorando da diverso tempo... un film, finalmente. Speriamo presto!

Ora, per cortesia, dite qualcosa per risollevare il morale degli spettatori.

L’unica cosa che può "risollevare il morale" è questa consapevolezza: finché si ha bisogno di certezze per sentirsi sollevati non ci sarà che paura e menzogna a dominare la vita. La luce passa attraverso la tenebra, attraverso l´accettazione dell´abisso, attraverso il coraggio del vuoto e della mancanza d´amore di cui tutti siamo malati.
Paradiso e inferno non sono in nessun altrove, sono sempre stati "qui e ora". A decidere sono i nostri passi.

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 18 Febbraio 2010 13:29 )
 

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