| Punto di fuga, di Mirco Sassoli | ||||
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Il vostro film parla di prigione, di inutilità, di ineluttabilità della sconfitta come metaforico riassunto dell’esperienza esistenziale umana. Non vi sembra di aver esagerato con il pessimismo? Solo ad uno sguardo di superficie le mie opere mostrano pessimismo. In realtà io passo dall´osservazione profonda della realtà, della disperazione umana, dell´alienazione di oggi e di ieri in cerca dell´unica salvezza possibile... anche se salvezza non è certo una parola adeguata: tra il pessimismo e il nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere, esattamente in mezzo, c´è la consapevolezza che sostiene la vita. La via è la consapevolezza. Dire "prigioniero di me stesso con le chiavi in tasca invoco libertà" non è pessimismo, ma presa di coscienza, punto di partenza, unico spiraglio, conquista del proprio essere, accettazione del vuoto per accogliere il tutto... “Punto di fuga” è un’ottima risposta a chi lamenta la mancanza di soldi nel cinema italiano. È la dimostrazione che per produrre pellicole valide non c’è bisogno dei milioni, ma alle volte bastano le buone idee. Il nostro neorealismo, o la scuola cinematografica polacca degli anni Settanta hanno realizzato capolavori immortali spendendo spiccioli. Ma se voi aveste un budget di, poniamo, un milione, cosa ne fareste? Anche questa è una bella domanda! Beh, a dire il vero sarebbe sufficiente molto meno per fare molto di più… Ma una cosa è certa: con un milione le pellicole da realizzare sarebbero ben più di una. Tutta la mia ricerca è tesa verso l´estrema nudità dell´essere e dell´esprimersi. In un mondo in cui non si fa che gareggiare per chi urla più forte l´unico modo per dire qualcosa è sussurrare, semplicemente, direttamente, da volto a volto, da sguardo a sguardo, da oggetto a oggetto, da verità a verità... e la verità, a dire il vero, è immensamente economica. Nel vostro filmato ci si accorge dell’importanza che hanno avuto per il vostro modo di fare cinema le vostre esperienze teatrali. Che cosa credete possa dare in più il teatro a chi realizza corti o lungometraggi? Molto di più o molto di meno. Dipende da quale teatro, da cosa si intende per teatro, dalla proprio ricerca, dal lavoro su se stessi, dalla disciplina, dalla severità, e soprattutto dalla conoscenza di tutto ciò che c´è stato prima, dall´amore per i maestri, dall´umiltà, che è sacra e necessaria. Non è tanto il teatro a dare di più, ma l´arte, laddove diviene territorio senza frontiere, e dove l´arte si fonde con e racconta la vita, l´uomo, le mutazioni del mondo e della storia. È allora che lo scambio e l´interazione è reciproco in ogni direzione, arte in tutte le sue evoluzioni: musica, letteratura, poesia, fotografia, teatro, cinema... Bisogna conoscere e amare, assimilare e poi svuotarsi perché qualcosa si possa davvero creare. E aggiungo: sono ben lungi dal riuscire in questo intento, ma umilmente ci provo... ci proviamo. Perché avete scelto di girare “Punto di fuga” in bianco e nero? Il bianco a nero mette a nudo. Sottolinea presenza e assenza, le pone su una bilancia dove hanno uguale peso. Ed è una ulteriore scarnificazione della realtà, una ricerca del fondo, del nucleo, dell´essenza. In realtà non esiste che il bianco... tutti gli altri colori sono un effetto del nostro occhio e della rifrazione della luce. I corpi sono spogliati dei colori, così come lo sono gli spazi, luoghi-non luoghi, così come l´essere è spogliato della propria libertà di essere. Il corto ha vinto un premio a Roma inserito nella categoria “Gli altri”. A quali “altri” pensavate quando avete realizzato il film? Si tratta di una classificazione generica o avevate in mente qualche categoria di “altri” in particolare? Gli altri siamo noi stessi. Perché finché non si va verso la consapevolezza profonda, gli altri non saranno altro che specchi dove vediamo riflesse le nostre mancanze, contro le quali ci accaniamo, ignari del fatto che ci stiamo accanendo contro noi stessi. Ci potete parlare dei vostri prossimi progetti? Di progetti ne abbiamo tanti: altri corti, e poi uno spettacolo a cui sto lavorando da diverso tempo... un film, finalmente. Speriamo presto! Ora, per cortesia, dite qualcosa per risollevare il morale degli spettatori. L’unica cosa che può "risollevare il morale" è questa consapevolezza: finché si ha bisogno di certezze per sentirsi sollevati non ci sarà che paura e menzogna a dominare la vita. La luce passa attraverso la tenebra, attraverso l´accettazione dell´abisso, attraverso il coraggio del vuoto e della mancanza d´amore di cui tutti siamo malati.
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| Ultimo aggiornamento ( Giovedì 18 Febbraio 2010 13:29 ) |

Ci sono pochi casi in cui un film riesce a coinvolgere lo spettatore in un’atmosfera tanto da scuotere la sua coscienza. Il corto che vi presentiamo oggi, “Punto di fuga”, è uno di questi. I cinque minuti della sua durata sono cinque minuti ipnotici, che trascinano lo spettatore a provare le stesse – forti – emozioni dei due protagonisti.






