| Oltre la finestra, di Massimo Ballabeni | ||||
|
|
Massimo Ballabeni, quali sono secondo te gli ingredienti di un thriller? Vedi differenze o continuità con l’horror? Secondo me il thriller è il genere dove l’attenzione è rivolta su un mistero, un delitto o comunque un avvenimento sconcertante che deve interessare lo spettatore. Deve dare suspense a chi lo guarda, deve tenere attaccati alla sedia fino alla fine e mantenere lo spettatore con un quesito costante: e adesso cosa succederà? Realizzando un thriller spesso si cerca di confondere lo spettatore, di spiazzarlo, ma soprattutto di riservargli un finale originale e il più possibile inaspettato. Penso che il genere abbia qualche analogia con l’horror, certamente. Talvolta anche nel thriller si cerca di “spaventare” lo spettatore con alcuni colpi di scena, facendo aumentare tensione e paura, e in quelli più spinti anche con sangue a volontà e forti scene di violenza. La differenza a mio parere rimane comunque netta. Se pensassi di girare un horror, mi preoccuperei semplicemente quella di trovare una storia con elementi che possano terrorizzare il più possibile, e non di mettere a punto un percorso logico che parta da un delitto fino alla scoperta del colpevole, come in un thriller. La maggior parte degli spettatori associa il thriller al cinema americano. Ma cosa ne pensi della tradizione italiana per questo genere? C’è qualche autore nostrano a cui si può guardare come modello? Sì, è vero, bisogna riconoscere che i più famosi film del genere sono americani. Per quanto mi riguarda, quando realizzo un cortometraggio thriller uso parecchi “trucchi” dello stile “americano”, nelle inquadrature, nelle situazioni, nei suoni, nel tipo di dialoghi e inserendo musica di un certo tipo. Credo che il commento musicale sia un elemento di primaria importanza nei film in generale, e nei thriller ancora di più. C’è poco da fare, gli americani su questo genere hanno una marcia in più. Vorrei e dovrei guardare molti altri film, ma a quanto mi risulta non credo che l’Italia abbia mai avuto una grande tradizione in questo genere, che anzi nel nostro cinema è stato quasi inesistente, e lo è tuttora. Se dovessi fare un nome, però, indicherei un film recente, “La ragazza del lago” di Molaioli. Non è propriamente un thriller, ma ci si avvicina. Il suo stile mi è piaciuto molto, mi è sembrato molto efficace. Per il resto, però, l’attenzione rimane puntata oltre oceano. Tra i protagonisti delle tue storie non è raro trovare una piccola cosa, un oggettino. In questo caso è un dado; invece in “Calling Riki”, il film con cui l’anno scorso hai vinto il premio per il miglior thriller di autore esordiente alla Festa Internazionale di Roma di ilcorto.it, c’è una clessidra. Perché questa presenza costante? Su questo punto devo rivelare un piccolo dettaglio: il motivo non viene direttamente da me, ma dal concorso per cui abbiamo realizzato questi due film, il Nonantola Film Festival. Il suo regolamento prevede che si realizzino i corti in 4 giorni, dopo che una giuria ha sorteggiato il genere per ogni regista, e rivelato ai concorrenti alcuni indizi che devono comparire nella storia. Questo vale anche per il corto comico “Tra moglie e marito”, realizzato anche quest’ultimo in 4 giorni per lo stesso concorso. E’ chiaro che poi l’ideazione delle storie e la decisione su come inserire questi indizi sono farina del nostro sacco: dico “nostro” dato che mi ha spesso aiutato, specie nei dialoghi, mia sorella Elena. È evidente che la sceneggiatura è fondamentale nei tuoi corti. Da dove prendi ispirazione per le tue storie? Sì, la sceneggiatura è molto importante, e per me è uno dei momenti più entusiasmanti della realizzazione del film, dove si pensa a tutti i mattoni della storia, e al giusto incastro tra loro. La sceneggiatura deve essere il più efficace possibile e non deve avere punti deboli, cosa che non è mai facile. Per le mie storie tengo spesso presenti come fonti d’ispirazione film che ho già visto. Ad esempio “Oltre la finestra” prende un po’ spunto dal telefilm “C.S.I.” per l’interrogatorio e i flashback. Io sono comunque molto appassionato dei film di Hitchcock, ammiro molto non solo i suoi film ma in generale i thriller degli anni cinquanta o sessanta. A volte, poi, mi lascio ispirare anche da qualche caso di cronaca. Hai degli sceneggiatori preferiti? Uno dei miei preferiti è John Michael Hayes, che ha lavorato ad alcuni meravigliosi film di Hitchcock, su tutti “La finestra sul cortile”, un vero capolavoro. Per il resto ammetto di fare poca attenzione ai nomi degli sceneggiatori: mi lascio catturare più dalla storia. E infine, una curiosità. La tua società di produzione si chiama “Cineciburro Film & Filmati”. Ci spieghi questo grazioso nome? Questo dettaglio riporta a un episodio della mia infanzia. Nel 1997, quando feci la Prima Comunione, i miei genitori insieme ad alcuni zii e alla mia nonna paterna mi regalarono una videocamera, perché sapevano che mi piaceva l’idea di realizzare filmati. Da allora ho iniziato a riprendere ogni evento che succedeva in casa mia, e pian piano, sempre in quegli anni, ho iniziato a fare qualche piccolo film, dove gli interpreti eravamo io e al massimo uno o due miei amici. All’epoca ero anche entusiasta del mondo agricolo, e passavo molto tempo a casa dei nonni materni in campagna. Così, quando ho pensato ad un nome da mettere all’inizio dei miei filmati, come nei grandi film, tipo Universal Production o cose del genere, ho inventato il nome Cineciburro, che era un mix tra “Cinecittà” e “burro”. “Burro” come il formaggio? Proprio così. Da bambino ero molto affascinato dal procedimento di preparazione del formaggio. E poi all’epoca girava per casa una scatola di biscottini al burro, souvenir del Nord Europa, che io trovavo buonissimi. Da allora è un nome che ho sempre messo all’inizio dei miei lavori, e ormai è diventato quasi un ingrediente ineliminabile, che compare all’inizio di ogni mia produzione. Ho pensato qualche volta di cambiarlo, specie quando ho iniziato a diffondere i miei video, ma alla fine ho sempre deciso di mantenerlo. In qualche modo, è parte di me.
|
| Ultimo aggiornamento ( Giovedì 18 Febbraio 2010 13:30 ) |

Il bello del cinema è che ci sono molti modi di fare un bel film. È un linguaggio che può voler dire tante cose, uno strumento che si presta ad essere utilizzato nei modi più diversi, e consente a tutti di esprimere i loro talenti. Se si hanno talenti, ovviamente; perché se non si hanno, non c’è modo di surrogarli. Nelle ultime due settimane vi abbiamo proposto due ottimi corti. Entrambi, seppur in maniere diverse, sono pensosi e riflessivi; più che a raccontare una storia puntano a solleticare cervello ed emozioni dello spettatore, a spingerlo all’introspezione. Il film di oggi a nostro giudizio è altrettanto valido, ma di tutt’altra pasta. Si tratta di un classico thriller, scritto e realizzato con grande maestria dal giovane regista emiliano Massimo Ballabeni, e presentato tre anni fa al Nonantola Film Festival. 






