Apri login
Un caruso senza nome, di Luca Vullo
Venerdì 19 Febbraio 2010 13:56    PDF  | Stampa |  E-mail

Molti anni fa un giornalista ebbe la cattiva idea di chiedere a Leo Longanesi, grande scrittore famoso per la sua vena sarcastica, quale fosse il contenuto sociale del suo ultimo romanzo. Lo sventurato si sentì rispondere: «Ho moglie e figli da mantenere». Immaginatevi una mentalità completamente opposta e avrete Luca Vullo, il regista del corto di questa settimana. Tutti i suoi film, compreso il più impegnativo, il premiatissimo mediometraggio “Dallo zolfo al carbone”, trasudano impegno sociale. Fra i tanti suoi corti interessanti, oggi vogliamo proporvi una chicca di cinque anni fa, “Un caruso senza nome”. È una storia straziante di lavoro minorile nell’Italia appena unita, raccontata in modo molto efficace, costruita attorno alla bellissima poesia in dialetto siciliano di Maria Giunetti Petrantoni.

Luca Vullo, perché prendere una storia della Caltanissetta del 1881, raccontarla in un corto documentario cinematografico nel 2005 e metterla su Youtube nel 2010? Secondo te il pubblico della rete del terzo millennio ha interesse nel passato?

Scoprire la storia delle miniere di zolfo siciliane e di tutto quello che c’era dietro ha cambiato la mia vita e la percezione di quel periodo della nostra storia. Per me la storia è importantissima per capire il presente, e per questo deve avere diritto di cittadinanza in tutti i mezzi di comunicazione contemporanei, compreso Youtube. È vero, per gli utenti della rete forse il passato risulta poco interessante, ma esiste anche una consistente fetta di persone che manifesta una grande curiosità, una gran voglia di scoprire storie non ancora raccontate.

E per le questioni sociali? Si può ancora interessare il pubblico col cinema di denuncia?

Credo che oggi stia avvenendo un cambiamento nell’atteggiamento del pubblico rispetto alle questioni sociali: rispetto a qualche anno fa c’è più interesse, perché i problemi aumentano, e toccano sempre di più tutti noi. Il cinema di denuncia è di fondamentale importanza per tutti. Purtroppo però la televisione e Internet hanno un po’ dequalificato il genere, e oggi parlare di cinema di denuncia è diventato molto più complesso. Su quest’argomento c’è molta confusione in giro.

Le tue opere riguardano spesso i bambini. Nel tuo corto “Picciriddi”, del 2008, racconti i ragazzi dei quartieri poveri di oggi. Perché questo interesse per il mondo dell’infanzia? Avere come protagonisti dei bambini piuttosto che degli adulti consente di raccontare storie in modo diverso?

Lavorare con i bambini mi piace tantissimo. La spontaneità e la purezza che hanno, il gusto del gioco sono tutte caratteristiche che li fanno diventare uno specchio pulito e fedele della società in cui vivono, e con loro si può affrontare ogni tema in modo diverso, più “puro”. Inoltre cerco con tutte le mie forze di non fare morire il bimbo che c’è in me, e in loro trovo dei perfetti compagni di gioco. Nella meravigliosa esperienza fatta insieme all’attrice Emanuela Pantano, che è anche la mia compagna di vita, girando “Picciriddi” con i bambini dei quartieri poveri, siamo riusciti ad accendere una luce nei loro occhi e a dare loro un messaggio di condivisione, compartecipazione e speranza che si porteranno dentro per tutta la vita.

Leggere la tua biografia fa venire quasi invidia. Sembri avere un eccezionale equilibrio fra il forte radicamento nella situazione locale e  regionale e la coscienza di un ampio contesto internazionale. Hai raccontato storie siciliane, ma anche quella dei minatori italiani in Belgio; sei stato invitato dalle comunità di espatriati italiani in America, ma anche al festival cinematografico di Budapest “Kulturhild”. Come vivi questo rapporto fra dimensione locale e dimensione internazionale?

È vero, vivo in una sorta di schizofrenia locale-internazionale. Lo trovo un fatto molto positivo, che mi apporta creatività, energia e stimoli. Secondo me a partire dalla piccola realtà di provincia si possono raccontare storie universali. Chiaramente la mia terra, la Sicilia, è la mia vera musa ispiratrice, ma se non cercassi il confronto con il resto del mondo rischierei di appiattirmi. Questo dinamismo mi consente di stare costantemente aggiornato e di raccontare le storie che toccano la mia anima a partire dalla mia terra di origine. D’altronde, per come sono fatto non credo che potrei vivere diversamente.

Ritieni che l’utilizzo dei dialetti regionali in un film aggiunga o tolga qualcosa alla sua comprensione e fruibilità?

Dipende dalla storia e dal tipo di racconto, non c’è una formula matematica applicabile a tutte le situazioni. Sicuramente mi piace molto sentire i dialetti, perché offrono maggiore profondità e sincerità, e non sempre sono un ostacolo alla fruibilità e alla comprensione del pubblico. E poi, anche quando possono esserlo, per fortuna esistono i sottotitoli, che con un piccolo sforzo ci consentono di capire tutto senza perdere nulla dell’atmosfera originale.

Luca Vullo, quali sono i “carusi” di oggi? Gli ultimi, i protagonisti di storie dimenticate, di cui forse si parlerà solo nel 2132, con mezzi tecnici che oggi non possiamo neanche immaginare?

Per fortuna oggi in Sicilia i “carusi” non esistono più. Purtroppo, però, in altre parti del mondo si. Non so chi saranno i protagonisti di cui si parlerà, ma spero che ci siano sempre registi che avranno la pulsione di immortalare tutte le cose che non vanno per diffonderle al mondo cercando di portare un miglioramento. D’altronde un giorno qualcuno disse che “gli ultimi saranno i primi”.

 

 

 

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.

 

Consigli per gli acquisti

“Minchia di Re” di Giacomo Pilati

È una storia realmente accaduta quella che ha ispirato Giacomo Pilati, giornalista nato a Trapani. Un pettegolezzo antico, la cronaca di una metamorfosi costruita intorno al curatore di una cava ...

Arti e Spettacolo

Speciale Venezia 2010: I “black swan” in balia della trasgressione

Una botta allo stomaco difficile da tenere a bada. Il bene e il male che si confondono, l'uno è l'interfaccia dell'altro di cui subito si perdono le labili linee di ...

OnAir

FRESHLYGROUND: il gruppo “Waka Waka”

La musica che viene dal Sud Africa, un angolo del mondo quasi dimenticato, tornato in auge solo grazie ai mondiali di calcio del 2010. Un angolo di mondo ostile per ...

Animal House

Trovato piccolo di squalo bianco nel canale di Sicilia

Pesca eccezionale a Lampedusa: i ricercatori dell’ISPRA, impegnati dall’inizio dell’anno a raccogliere dati sulla biodiversità marina nel Canale di Sicilia, si son visti consegnare da un pescatore  una femmina di ...