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Fuori gioco, di Francesco Felli
Venerdì 26 Febbraio 2010 19:09    PDF  | Stampa |  E-mail

Il regista di cui parliamo oggi, nonostante la sua giovane età, ha già reputazione di essere un astro nascente del nostro cinema. Si chiama Francesco Felli, è romano, e anagraficamente fa parte di quella che qualcuno definisce la “generazione dei bamboccioni”. Per alcuni, i trentenni di oggi sono gente abulica e frustrata, dalla grande sicumera e dall’enorme concetto di se stessi, ma dalla poca concretezza e voglia di fare. Molto fumo e poco arrosto, insomma. Felli è una smentita ad ogni generalizzazione di questo tipo. Alla sua giovane età, ha già prodotto cortometraggi prestigiosi e pluripremiati. “Ogni giorno”, in particolare, in cui ha descritto la vita quotidiana di una famiglia con un malato di Alzheimer, gli ha fruttato la candidatura ai Nastri d’Argento e ai David di Donatello, e una cascata di premi ai festival di corti. Inoltre, Felli si è anche cimentato con l’insegnamento, tenendo corsi di regia in varie scuole di teatro e di cinema. Il cortometraggio che vi presentiamo oggi, “Fuori gioco”, è una piccola perla nata dalla collaborazione con Skycinema in occasione degli Europei di calcio del 2008. Rispetto a “Ogni giorno” se n’è parlato molto poco, e a nostro parere è un peccato, perché merita attenzione. A voi il giudizio, del resto.

Francesco Felli, il tuo corto ci parla di infanzia e vita di paese. Lo giudichi un film nostalgico? Se sì, a cosa è diretta maggiormente la tua nostalgia, all’infanzia o alla vita di paese?

Questa è una domanda che mi faccio spesso anch’io. Effettivamente, molti dei miei lavori tratteggiano momenti di vita ambientati in piccoli paesi dell’Italia anni ‘50. A ben vedere, però, questi elementi non diventano mai la trama del film, ma rimangono confinati nell'ambito di una ricostruzione scenica. Non credo di essere una persona particolarmente nostalgica, anche perché non ho vissuto quei tempi che racconto. Malinconica, però, sì, ed è per questo che mi piace usare i colori di un'Italia oramai lontana, per dare alle mie storie tinte dolcemente malinconiche, sbiadite, invecchiate.


Qual è il tuo rapporto con il calcio? Sei tifoso? Secondo te il calcio di oggi riesce ancora a mobilitare le stesse passioni che racconti nel film, o è cambiato troppo?

Il mio rapporto col calcio è molto particolare. In realtà non lo amo molto; ciononostante, sono smodatamente tifoso. Non sono, ad esempio, uno di quelli che si siede in poltrona a guardare con pari entusiasmo una finale di coppa e una partita di serie C. Le partite della mia squadra, invece, le seguo con una trepidazione quasi esagerata, difficilmente spiegabile a chi non è tifoso. Il tifo è come un vizio, e come un fumatore incallito anch’io non ho alcuna intenzione di smettere, pur riconoscendo l’assoluta imbecillità di quel che faccio. Così mi tappo il naso per non sentire la puzza di tante nefandezze, prepotenze ed inganni che passano, non solo nel calcio, con assuefazione e noncuranza.

Com’è cambiata invece l’attitudine degli adolescenti di fronte al sesso rispetto ai tempi che hai raccontato?

Non so risponderti a questa domanda in modo generale. Il sesso è una questione così complicata che non solo ciascuno lo vive in un modo del tutto personale, ma addirittura nello stesso individuo può prendere sfumature del tutto dissimili a seconda del partner o del momento della sua vita. Personalmente spero che rispetto a decenni fa si sia raggiunta una maggiore sincerità nel vivere il sesso, senza però perdere la preziosità che ha il donarsi all’altro, né la sensualissima smania dell'attendersi.

Come giudichi “Fuori gioco” nel complesso della tua produzione? Rispetto a “Ogni giorno”, ad esempio?

“Fuori gioco” è un corto che non avremmo dovuto realizzare. Erano passate poche settimane dalle riprese di "Ogni giorno", e quindi l'obiettivo primario era iniziare a distruibuirlo. Per di più ho saputo del bando la sera prima che scadesse. Insomma, era una sfida impossibile, e per questo molto affascinante. Nei pochi giorni a disposizione abbiamo così trovato le location (tra cui la stazione di Ronciglione, dove già Benigni aveva girato "La vita è bella") ed un ottimo cast, con Anna Longhi, celebre "moglie" dei film di Alberto Sordi, e Nela Lucic, già musa di Tinto Brass.
Per quanto riguarda un giudizio preferirei lasciarlo al pubblico: io ne sono moderatamente soddisfatto, come del resto di tutte le mie opere.

Visto che abbiamo nominato “Ogni giorno”, a questo punto è d’obbligo chiederti: com’è stato lavorare con Carlo Delle Piane e Stefania Sandrelli? Cosa ci puoi dire di loro come persone? Hanno avuto difficoltà a prendere ordini da un regista giovanissimo come te?

Le ho trovate due persone straordinarie. Sono stati molto disponibili, si sono lasciati guidare da me su ogni aspetto. Era ormai da tanti mesi che studiavo i loro personaggi, e così avevo molto chiaro come dovessero muovere le mani, parlare, vestirsi, o persino sospirare. D’altronde era necessario tutto questo studio: il tema era molto delicato, e richiedeva moltissima attenzione. Il rapporto fra me e loro, poi, è stato sicuramente facilitato dal fatto che li avevo incontrati prima delle riprese, e così sono arrivato sul set molto tranquillo. Con Carlo, in particolare, avevamo fatto anche alcune prove.

E infine Francesco, ci puoi parlare dei tuoi prossimi progetti?

Nell'ultimo anno, assieme ad un altro corto,  mi sono occupato di vari aspetti “paralleli” al cinema, come videoclip, documentari, spot, oltre che, ovviamente, ad insegnare regia ai giovani delle scuole di cinema. Il mio obiettivo principale, però, su cui sto lavorando ormai da un po’, rimane il mio primo lungometraggio.

a cura di Francesco Sfredda

 

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