«Prima di entrare nel Paese delle meraviglie, guarda la meraviglia intorno a te» così recita la claim che apre il cortometraggio di video danza di Matteo Luchinovich progetto nato da Teatro Tesi in collaborazione con IALS Danzainvideo. Niente scarpette con la punta e niente avanspettacolo o quinte. Solo corpi nudi che volteggiano nell’aria animati da forza gentile, di potenza disciplinata da esercizi e studio. La materia corporea si mischia all’immateriale del video. La macchina da presa danza e diventa, a sua volta, attore della scena mutando il concetto di spazio: non solo il pavimento che diventa tela su cui i piedi nudi lo ri-disegnano e lo deformano con la loro traettoria creativa, ma anche l’universo sovrastante muta: il video allarga i fotogrammi distorcendo lo spazio del cielo, lo spazio dell’animale che il corpo imita nella mimesi. La bellezza sofisticata ed articolata diventa frame: il video è il tessuto che si spande sul corpo nudo e del movimento, e la coreografia si mixa con la regia e suggerisce immagini in movimento in continuo divenire. Gli attori, si sa, mentono. Alice, icona del viaggio allucinato, popolato da personaggi che offrono seconde, infinite interpretazioni del mondo, ridisegnato in lungo e in largo nelle sue coordinate dalla fantasia è il prodotto di un sogno."Alice vuole dire bugie" è un cortometraggio di 15 minuti, nato dall'idea di sperimentare forme di comunicazione audiovisiva unite a quelle della danza e del movimento del corpo. In particolare quella videodanza che, sulla scia di Walt Disney in "Fantasia", intende raccontare una storia utilizzando soltanto la musica, la mimica e, ovviamente, la danza. Un mix di linguaggio coreografo che costruisce la narrazione, ed il linguaggio cinematografico, che fa da interfaccia tra la danza ed il pubblico. Alter ego dell'umanità, il protagonista dell'opera ci conduce nel suo viaggio all'interno dell'Esperienza, solcando il territorio della curiosità, i dubbi della disillusione, le agonie della sofferenza, le affabili tentazioni del male, il riscatto, la fede e l'amore.
Come mai hai scelto come strumento di comunicazione la “video danza”, genere singolare per il suo background: sorto negli anni ’60 in Usa e Gran Bretagna che coniuga il linguaggio coreografo con quello cinematografico?
La video danza è un linguaggio in grado di far convergere l’astrattezza formale tipica della danza e del teatro, con la fruibilità tipica dello strumento di massa, il video. Mi ha subito affascinato perché avvicina poli divisi: si rende conto dei limiti di accessibilità di un’arte a volte elitaria e sofisticata, per contaminarla con un linguaggio più accessibile, postmoderno, a cui il pubblico, grazie alle nuove forme di comunicazione del videoclip, dello spot e del trailer, è abituato.
Se penso al tuo cortometraggio mi viene in mente la “parabola della vita”. Cosa o chi ti ha ispirato? E perché hai pensato nello specifico ad “Alice”?
L’ispirazione per un lavoro di questo tipo viene dalla commistione di autobiografia, gusto artistico e opere d’arte studiate: tutto è cominciato con la scoperta della video danza grazie al coreografo Mats Ek e ai suoi lavori Smoke, Giselle e Sleeping Beauty. Ho visto come nei suoi lavori riesca a trasformare passi di danza in forme espressive narrative, a inventare un codice facilmente decifrabile. E come il video faciliti tale lettura grazie a scelte di tipo strettamente registico. La scelta del soggetto, invece, una “parabola della vita”, della maturità e della scoperta di sé, viene un po’ da esperienze personali, un po’ dallo studio delle teorie antropologiche e narrative di Campbell e Vogler a proposito del viaggio dell’eroe e delle architetture narrative cinematografiche hollywoodiane. Alice è solo un gioco di parole.
Credi che il tuo cortometraggio fatto di musica, mimica e danza avrebbe avuto la stessa intensità emotiva e lo stesso coinvolgimento se fosse stato anche parlato? Oppure la mancanza delle parole può svelare un valore aggiunto all’opera poiché ognuno può reinventarsi sceneggiatore di quello che vede e in fondo della propria esistenza?
Credo che l’interpretazione di un’opera avvenga nel soggetto anche se trattiamo di film parlati. Ognuno costruisce nella sua mente il suo film in ogni momento, perché legge l’immagine e la parola sulle corde delle sue esperienze personali, del suo rispecchiamento, del suo percorso di ricerca. La questione è più che altro linguistica: pensare movimenti del corpo senza l’ausilio della parola avvicina la mia “direzione” cinematografica a quella di un coreografo o di un regista di teatro di ricerca. E questo mi piace molto.
Il corpo nudo in movimento ha una potenza dirompente sullo spettatore che assiste e si lascia andare alla magia del sogno di un mondo immaginifico e allucinato di cui Alice ne è l’icona per eccellenza. Quanto credi sia importante o indispensabile fantasticare? Credi che vada dosata per evitare contaminazioni eccessive con la realtà, quella vera?
Credo che l’immaginazione scolpisca la realtà. La realtà, quella vera, è un mosaico di fortissime immaginazioni che si sono realizzate. Non ci deve essere scontro tra le due cose, quanto una capacità di trasformare l’una nell’altra. E non parlo solo in termini di “realizzare un sogno”, ma anche nella vita di coppia, in un gruppo di amici, con la propria famiglia. Immaginare in fondo significa anche correggersi e tornare sui propri passi. Non si immaginano solo mondi straordinari, ma anche limiti personali e modi di amare.
Il titolo è decisamente singolare è l’antitesi di bene-male. Si accosta l’elemento fiabesco Alice appunto ad uno che appartiene ad una sfera più adulta, matura che si acquisisce con un’esperienza che non ha nulla a che vedere (almeno si spera) con l’infanzia (periodo delle fiabe a cui riconduce il nome scelto) ovvero il mentire. Come mai questa contrapposizione?
Se devo essere sincero il tutto è nato casualmente, o meglio, a partire da un gioco. Un gioco ben funzionante, a quanto pare. Poi quando qualcosa fila ti rendi conto delle tante possibili interpretazioni e inizi a pensarci su. E quindi, interpretando a posteriori il mio titolo, mi rendo conto che i legami con il corto potrebbero essere molteplici: Alice che vuole dire bugie è una metafora che sta per Alice vuole diventare Pinocchio, cosa che il nostro personaggio realizza durante il suo viaggio indossando una protesi nasale molto lunga, proprio come Pinocchio. Lo fa perché decide di rifuggire la sua verità mentendo, incattivendosi, scontrandosi con il suo stesso riflesso. E’ Alice nel paese delle meraviglie che, stanca di tutta quella meraviglia, abbandona se stessa e si lascia mangiare dal tempo. La bugia potrà essere sanata? E da chi?
Anche nel buono si cela il male e viceversa? Possiamo intravedersi retaggi che conducono alla filosofia dello ing e yang?
Penso che ogni religione e ogni mito abbia in sé questa compartecipazione di bene e male. Dal Patei Matos di Eschilo (“attraverso la sofferenza matura la conoscenza”), alla morte e risurrezione di Cristo, fino probabilmente allo ing e yang. Mi piace prendere l’archetipo alla base di ogni religione storicamente fondata, perché è in quell’archetipo comune a tutti che c’è qualcosa di vero. Ecco, il viaggio del nostro protagonista è essenzialmente una discesa negli inferi della dignità umana, che trapassa, grazie ad un aiuto soprannaturale, nel perdono di sé e nella rinascita. Nel male si cela il bene, nel suo superamento c’è il trionfo della dignità umana, della consapevolezza e della premura di sé. E’ una corazza che ci fortifica e ci rende più adulti.
La meraviglia è fantasia, creatività, ha lo strascico della menzogna che ne decreta anche il suo fascino. Forse per questo Alice mente, si fa lente d’ingrandimento perché deve entrare in mondo che è “altro” per farci scorgere le meraviglie del nostro. Credi che quest’esperienza possa essere l’essenza recondita dell’esistenza umana ? Può essere trasposta anche nella vita quotidiana?
Questo aspetto è molto sottile: può essere letto su due piani. Sul piano strettamente narrativo, Alice vive il percorso di discesa e risalita per una volontà più grande di lei. Questa volontà pensa che sia indispensabile per Alice entrare in un mondo che è Altro per farle scorgere le meraviglie del suo, meraviglie di cui, essendo nel periodo dell’infanzia, non aveva consapevolezza. Il paradigma è semplice: la vita spensierata implica in maniera infantile una cecità nei confronti di quelle gioie vissute. Il che può facilmente condurre alla ricerca di qualcos’Altro, qualcosa di diverso. L’abbandono delle gioie precedenti diventa una perdita, un lutto, una rimozione forzata, che genererà sofferenza. Ma Alice deve esperire tale sofferenza, per poi tornare alla sua vita spensierata con la consapevolezza che l’essere ciechi e ingrati possa condurre a tale dolore. Sul piano dell’opera come prodotto ideato da un regista, questo messaggio è rivolto a tutti gli spettatori. Attraverso il viaggio sofferente del nostro agnello sacrificale, seguito in terza persona in quasi tutte le scene, ci rendiamo conto della Bellezza, che è davvero tutta intorno a noi.
Di tanto in tanto credi che abbiamo bisogno di essere “ingannati” dalle bugie? Qual è il tuo rapporto con la menzogna?
Secondo quanto detto precedentemente, senza la volontaria decisione di mentire, non scopriremmo il mondo altro e quindi non impareremmo a crescere. Comunque di solito preferisco la verità.
di Paola Tarasco
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 09 Aprile 2010 13:00 )
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