I/O- DENTRO O FUORI , cortometraggio nato da un’idea di Kevin Spagnolo regista emergente formatosi presso la Scuola di Cinema di Roma, è stato vincitore del concorso Siddharta Film Festival di Taranto nel 2007 come miglior Film. E’ un chiaro-scuro di contrasti e ambiguità giocato sulla dualità dell’ego. Si ha la sensazione di fare a botte con se stessi contro cui ci si scontra ed in cui si riconosce il peggior nemico. In balia dei fantasmi di un passato che non si sottrae al presente e puntualmente ritorna in una veste nuova e mai palesata del tutto e pertanto irriconoscibile, l’io si scontra con le tante sfaccettature della personalità dell’essere “altro”nello svolgersi dell’esistenza che non si esima dal rincorrere falsi miti forse davvero esistenti o soltanto intesi come reali nell’immaginario della nostro subconscio. Tremori, paure, terrori, inquietudini si affastellano e scuotono l’animo. L’unico appiglio è riconosciuto in oggetti pregni di significati emblematici, come un pacchetto di sigarette, apparentemente sganciati dall’essere nel suo divenire, ma dal significato ben celato che assume una valenza più intensa se lo si erge ad alibi vero o presunto, fittizio o concreto dell’esistenza che si dispiega verso il futuro. E’ un’altalena di ricordi, aspettative e speranze. Attraverso suggestioni notturne si perde il senso della realtà tangibile nella sua effettiva autenticità e ci si divide continuamente tra l’io e l’alter ego in un andirivieni di lampi d’esistenza vissuta o semplicemente immaginata.
Da cosa è stato dettato il soggetto scelto per il cortometraggio? Da una passeggiata notturna con la macchina. Una notte riportai un dvd noleggiato allo sportello automatico del ritiro film, erano circa le 3 di notte, e restai per un attimo ad ascoltare il mio paese a quell’ora. Era stupendo riuscivi a sentire i cani che abbaiavano ad una distanza incredibile e delle macchine che magari si trovavano dall’altra parte del paese. Mi soffermai sui suoni della notte e mi piaceva l’idea di quel silenzio che poteva farti ascoltare i tuoi pensieri e magari...impegnandoti li rendeva tangibili come vederti allo specchio e parlare con qualcun’altro, come essere preso alla sprovvista nella propria macchina dal tuo io tenuto all’oscuro da troppo tempo. Così buttai giù subito un soggetto assieme ad un amico, basandomi un po’ anche sullo stile della serie anni ’50. Ai confini della realtà, il ritrovarsi immersi in una situazione così assurda che può trovarsi solo in due luoghi o ai confini della realtà o addirittura dentro te stesso.
E’ molto intensa la sequenza dell’uomo incappucciato in macchina che solo dopo si identifica in modo sorprendente...è un’ “altalena” giocata sul simbolismo. E’ stato difficile a livello registico mantenere una giusto equilibrio nel costruire i vari piani narrativi e la conseguente differente interpretazione di essi, senza lasciarsi prendere la mano verso una narrazione piuttosto stucchevole? Beh a livello registico diciamo che il problema principale era, far incentrare tutte le inquadrature sul protagonista senza lasciar mai vedere l’uomo alle sue spalle, mantenendo l’attenzione sempre accesa sul dialogo dei due. Nello storyboard avevo optato per 3 inquadrature all’interno della macchina, ma alla fine ne ho usate solo due, nella prima stesura l’uomo alle spalle non interagiva fisicamente con il protagonista ma se ne stava sempre seduto immobile indossando una maschera neutra, mentre nel corto finale volevo minacciare il protagonista direttamente senza dargli alcuna via d’uscita, doveva confrontarsi direttamente e drammaticamente con se stesso.
Il nostro peggior nemico siamo noi stessi, contro cui combattere...è un po’ come prendersi a cazzotti da soli, cosa credi spinga l’animo umano ad assumere comportamenti estremi? La difficoltà di vivere nel mondo moderno, senza certezze alcune e senza quasi la possibilità di trovare queste certezze. Lo stare perennemente sul filo sottilissimo tra la sconfitta personale e la voglia di ricominciare appunto IN or OUT. Quasi ogni giorno abbiamo davanti a noi una miriade di scelte da affrontare e da prendere. Ed è difficilissimo sapere quale sia quella giusta...ma è anche questo il gusto della vita. La sfida con se stessi. Purtroppo però abbiamo una sola serie di scelte e verranno prese una sola volta. Vorrei citare una frase da una canzone di Ligabue che dice “...questo viaggio in cui non si ripassa dal via...”
Le sigarette rappresentano un elemento-momento di rottura e congiunzione insieme, sono un pò il tramite sintomatico di drammi esistenziali in un andirivieni di stati d’animo contrastanti che assillano e infine hanno la meglio. A me è venuto in mente Lynch, i sui film sono ossessionati da oggetti dalla forte carica simbolica che scompaiono e ricompaiono in maniera del tutto inaspettata. Ti sei ispirato a lui oppure a qualcuno o qualcosa in particolare? Premetto che non sono un fumatore e sono contro il fumo...ma se devo dire la verità la prima stesura era quasi una pubblicità progresso contro le sigarette, eh eh, perché l’uomo con la maschera avendo avuto il sopravvento sul protagonista (il quale stava fumando) uscendo dalla macchina schiacciava la sigaretta e diceva “ da oggi si ricomincia”. Quindi la usai appunto come passaggio da un IO all’altro. Nella stesura finale invece il problema di non riuscire ad accendere la sigaretta era l’ennesimo smacco alla sua situazione, al telefono aveva appena litigato con la compagna, il lavoro non andava per niente bene e in un attimo di riflessione non riusciva neanche a godersi un’ultima sigaretta, divenuto poi il punto di partenza e di rottura dello scontro che gli avrebbe cambiato la vita.
Sei riuscito a creare un clima di tensione, dovuto in parte alla cupezza dell’ambiente quasi mai illuminato che a tratti incupisce e disorienta lo spettatore, coma sei riuscito a “dosare” la stratificazione della narrazione con il capovolgimento inaspettato che si ha sul finale? Io sono d’accordissimo con l’idea “quello che non si vede fa più paura” e la notte mi ha aiutato in questo. E siccome non credo ci sia qualcosa di più oscuro della nostra mente a volte, l’idea in se di ritrovarsi a combattere contro se stessi non solo mentalmente ma farlo vedere fisicamente, creava il clima di tensione di cui parlavi.Mi dispiace molto che nella scena finale la tensione o comunque la suspence l’avevo pensata diversamente. Girai un intero piano sequenza da quando il protagonista scende dalla macchina a quando alla fine con la sigaretta va in mezzo alla strada per farsi investire. In questo modo l’attenzione e la tensione rimaneva accesissima a mio avviso come uno sguardo continuo su quello che stava per accadere o era già accaduto. Purtroppo per motivi di raccordi scenici e logistica del luogo delle riprese non ho potuto conservare quella ripresa. Peccato!
Intervista a cura di Paola Tarasco
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Aprile 2010 09:09 )
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