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“Riflesso” di David Petrucci
Mercoledì 19 Maggio 2010 15:10    PDF  | Stampa |  E-mail

Fin dove puoi guardare te stesso? Quanto ci si può scrutare in profondità senza imbattersi nei propri errori, mancanze e incespicare nei propri martellanti sensi di colpa che avviluppano lo spirito, annebbiano la vista ed ubriacano le meningi? Nella vita arriva sempre, inevitabilmente, il momento di fare i conti con se stessi, con quello che si è diventati per poi giungere a ritroso a quello da cui si è partiti, a quello che eravamo magari scoprendo che si è calpestati se stessi, in fieri, e si è diventati “altro” attraverso un processo di trasformazione continua ,seppur lenta, lasciandosi trasportare talvolta per indolenza, dal flusso degli avvenimenti. Ci scontriamo con il riflesso, il nostro riflesso, noi stessi. Noi. L’io di cui vorremmo sbarazzarci, che non vorremmo mai aver scomodato, che vorremmo annientare. Questo imprime su pellicola David Petrucci (figlio d’arte di Vincenzo Petrucci pittore e scultore di rilievo Internazionale) in un gioco di flash back, di immagini sbiadite del passato che si ripresenta e chiede un lauto conto. Un noir dai contorni sbiaditi che disorienta ed ottunde la mente contorcendo lo spirito in un puntata altalenante di bene-male giocata a scacchi sul banco dell’esistenza. Un viaggio oltre la realtà, senza ritorno, al di là della ragione Giobby (Stefano Fresi) sembra un uomo come tanti, fino a quando un’entità agghiacciante (David Patrucci) irrompe nella sua vita, mostrandosi a lui come un riflesso e trascinandolo in un vortice di follia. Repentinamente Giobby si ritrova vittima e carnefice di se stesso, in una lotta furibonda con il suo passato più terrificante. Un noir a tinte fosche che porta l’inconfondibile firma di David Petrucci realizzato con un budget di soli 10 euro (il costo delle cassetta di registrazione), che dimostra fin dai primi fotogrammi di saper gestire con maestria la macchina da presa attraverso uno stile tutto suo, caratteristico e di immediato impatto emotivo.



Come mai hai pensato all’uso del bianco e nero? E’ possibile che sia sintomatico di un dolore recondito che viene esternato attraverso la negazione del colore?
Io amo i Film in bianco e nero, anche perché appartengono ad una ormai-quasi-estinta scuola di Cinema che rispetto molto. I colori sono degli strumenti che noi filmmakers usiamo per comunicare, coinvolgere o addirittura pilotare l’audience. Le “temperature” diventano fondamentali quando si vuole intervenire sulla percezione ma trovo che la negazione del colore sia molto interessante, tutto diventa più diretto e forte quanto essenziale. Per raccontare una storia come quella di RIFLESSO non avrei mai pensato di ricorrere ad altre vie.


La narrazione si estrinseca attraverso un convulso andirivieni di flash back ovattati da sensazioni oniriche che riportano alla mente il passato, come mai la scelta dello specchio come strumento che lega presente e passato?
Lo specchio e’ il mezzo che “Giobby” (Stefano Fresi) utilizza per manifestare la sua coscienza, che appare con caratteristiche completamente opposte alle sue. Attraverso questa contrapposizione scaturisce in Giobby il bisogno di risalire ai suoi rimorsi con continui flashback che lui stesso crea nella sua mente. Il concetto e’ che non sempre le cose sono come le vediamo. Anzi…


Lo specchio e di rimando il riflesso, quello proprio, è una finestra sulla propria coscienza. Ritieni che si debba necessariamente fare i conti con un realtà parallela fatta di mancanze, errori e terrori da cui difficilmente ci si distacca del tutto?
No, non necessariamente. ma e’ plausibile come ultimo tentativo se si e’ fallita ogni altra via più costruttiva. Per me Giobby e’ un uomo che non e’ riuscito a trovare la pace in alcuna via. Nel suo stato e’ impossibile definire un adeguato “percorso di purificazione”. Giusto o sbagliato che sia, ritengo che in un tale stato d’animo anche il suicidio potrebbe illusoriamente sembrare la via giusta.


Il cortometraggio almeno per i ¾ è giocato sull’immagine riflessa nello specchio e il proprio alter ego coscienzioso che minaccioso si rivolge al protagonista. Per creare quest’effetto di dialogo spontaneo e naturale senza forzatura alcuna, come hai posizionato la macchina da presa affinchè non risultasse mai di troppo?
Ho girato singolarmente i personaggi, ognuno di loro si vedeva riflesso e letteralmente parlava alla propria coscienza. Poi in fase di montaggio li ho assemblati. Il mio obbiettivo e sempre stato quello di farli parlare “da soli” in quanto la storia narra del tormento di un unica persona.


Ci sono delle immagini molto dure e crude estremamente rapprese, credi che siano state davvero importanti ai fini della narrazione ?
Io amo il cinema che non mostra troppo ma che ti lascia immaginare, in RIFLESSO l’impatto di certi momenti segnati nella vita di Giobby sono come delle macchie indelebili e perciò ritengo che non debbano essere immaginate. La sfida in questo cortometraggio e’ stata quella di ricreare nelle scene le sensazioni del personaggio, tramutare le sue ansie e le sue paure in un crescendo dal quale non sembra esserci una via d’uscita. Non basta cambiare, chiedere scusa, diventare buono.. c’e’ sempre qualcosa dentro di noi che non ci abbandona quando facciamo del male.


“Perché curarsi degli altri”? Queste sono le parole che il protagonista, dinanzi alla brutalità delle immagini che gli si parano dinanzi, profferisce. Tu credi che sia così’ rilevante “curarsi degli altri”
Assolutamente si. Il rispetto che noi siamo in grado di provare per gli altri mostra il nostro amore per la vita. La condivisione e’ quanto di più bello si possa provare e chi e’ troppo geloso per capirlo e’ fondamentalmente triste. Detto questo, ognuno e’ libero di vivere o di morire come gli pare!


Quanto c’è di personale in questo cortometraggio?
C’e’ moltissimo di me, ma in senso opposto. Rabbia, cattiveria, confusione, gelosia… morte, sono tutte cose che non mi piacciono. Per capirci, Giobby rappresenta il mio estremo opposto, dove non vorrei mai essere. Ho spesso questo approccio nelle mie opere, e’ una maniera per denunciare determinate cose che non approvo.


La scena della panchina, estremamente poetica, è un po’ un ritrovarsi, una presa di coscienza di se stessi a cui si approda solo distaccandosi definitivamente da un passato i cui ricordi restituiscono solo lancinante dolore. E’ possibile approdare allo stesso risultato senza, però rinunciare alla propria esistenza?
Certo che e’ possibile, se si trova abbastanza forza dentro di se. Giobby non ce l’aveva e per quanto mi riguarda rispetto il suo atto finale, con tutti i suoi peccati lo preferisco a molti altri che vivono nel limbo e preferiscono annullare la propria coscienza senza combattere I propri demoni.  

Intervista a cura di Paola Tarasco

Di seguito il trailer del film, la visione integrale è disponibilesul sito personale di David Petrucci.

 


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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 19 Maggio 2010 15:12 )
 

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