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“Ogni giorno” di Francesco Felli
Mercoledì 09 Giugno 2010 14:48    PDF  | Stampa |  E-mail

Francesco Felli classe 1980, laureato in giurisprudenza ha esordito ufficialmente dietro la macchina da presa nel 2004. Responsabile artistico e tecnico-professionale del cortometraggio “Ogni giorno”, (prodotto da Sky e dalla Nuvola film) è stato vincitore di 29 premi in 12 mesi, ha ricevuto molteplici riconoscimenti tra cui il prestigioso premio Filippo Gagliardi ed è tra i corti scelti per rappresentare l'Italia al “Drama Film Festival”, la rassegna cinematografica più famosa in Grecia. “Ogni giorno”, senza remore né luoghi comuni, pone al centro una malattia che piega le persone e le loro menti: il morbo di Alzheimer e vede come protagonisti il talento di Stefania Sandrelli e Carlo delle Piane. Si tratta di un cortometraggio che narra delicatamente un’esperienza drammatica come quella dell’Alzheimer, la malattia crudele che si insinua nella vita di un uomo, distruggendo giorno dopo giorno i ricordi del passato. Ogni mattino Carlo, si scopre innamorato della stessa donna, Elena, e la corteggia timidamente, sebbene lei sia già sua moglie. Ma lui non lo ricorda più.
Quando il buio cala sulla mente umana la poesia filmica prende vita  in  una dolce “lusinga” che stringe il cure ed avviluppa i sensi. Una continua tensione verso la purezza dell’amore incontaminato che tutto supera e perdona, quello che travalica ogni comprensione ed annienta il tempo della memoria, dei ricordi che seppur sbiaditi dagli anni e dalla balorda natura umana facilmente attecchibile dalla malattia e dalle spietate vulnerabilità del male c’è, esiste e si palesa in maniera tenera con la delicata soavità di una carezza ma con l’intensità di uno squarcio di un lampo. Quel sentimento anelato che, i più disillusi scansano in cui però vorrebbero perdersi per inciderlo ancora una volta sulla propria pelle pena il ritorno  all’illusione. La poesia e il genio, insieme alla sapienza e all’arte. Il film non si pone alcuna ambizione scientifica, né intende dipingere i torni più drammatici del problema, ciò non implica però che l'Alzheimer è trattato con leggerezza, è il tripudio dell’amore sublimato sebbene in bilico tra la necessità di non camuffare la realtà della malattia e la voglia di raccontare una storia d'amore che oltrepassa la memoria.



I tuoi corti sembrano un attento lavoro di pittura su pellicola le cui “pennellate” sono sempre curate, calibrate, senza sbavatura alcuna dimostrando un riguardo particolare per le peculiarità che esula dalla semplice cura. Da cosa deriva questa maestria?
Sono convinto che siano i dettagli a le sfumature a segnare il confine tra ordinario e straordinario. Nella vita così come nell’arte. Questa attenzione diventa, nelle immagini, una morbosa ricerca di quelle minuzie che, magari poco evidenti nelle loro individualità, conferiscono al tutto un equilibrio sublime. Nel cinema, che è appunto un insieme di infinite immagini, la cura di ogni particolare è per me un’ossessione. Sicuramente il fatto che io dipinga mi porta ad immaginare ogni scena come un quadro dove badare ad ogni centimetro di tela.


Come è avvenuta la scelta degli attori Carlo Delle Piane e Stefania Sandrelli artisti famosi in Italia? E’ stata ardua oppure avevi già in mente i loro volti al momento della stesura della sceneggiatura?
Per quanto riguarda Carlo la scelta è stata “involontaria”. Giacché mentre ero ancora in fase di scrittura già immaginavo spontaneamente quei dialoghi recitati da lui. Ho così scritto le battute basandomi sui suoi tempi, le sue pause, i respiri. Per quanto riguarda la Sandrelli è stata una scelta successiva. Ovviamente, visto che nessuno dei due aveva mai accettato di recitare in un cortometraggio con il mio staff avevamo ipotizzato altre possibili coppie. Una che ci piaceva moltissimo formata da Gastone Moschin  Valerio Fabrizi.


“Ogni giorno” è una soave poesia filmica  che è al contempo profonda, intensa e ficcante. Cosa ti ha spinto a catalizzare la tua attenzione su questo tema tanto sofferto e che incute tanta sofferenza nei famigliari che “assistono”?
Credo che la memoria sia l’investimento più significativo della nostra vita e che segna il nostro passato, il presente ma, anche il futuro. La perdita della stessa è, dunque una mutilazione dell’anima cui, il solo pensiero, mi agghiaccia. E’ perciò venuta spontanea la scrittura su questo argomento, sebbene non avessi nessun caso vicino a me. Ho però cercato di farlo sia con doverosa accuratezza medica, ma sia anche raccontando un amore così forte  da andare oltre la memoria. Al di là dei tanti premi vinti, riconoscimento impagabile è stata la proiezione presso un convegno nazionale di Alzheimer Italia, davanti a parenti dei malati e medici. Al riaccendersi delle luci ho visto quattrocento occhi lucidi, commossi da questa storia.


Sei un regista che si è fatto da sé: non sei un figlio d’arte, non hai mai frequentato una scuola di cinema. Sei talento puro. Da cosa nasce il tuo amore per la macchina da presa che sembra essere una necessità di vita imprescindibile?
Non lo so proprio. Spesso definisco il cinema come un palcoscenico dove far esibire tutte le forme d’arte che per circa venticinque anni ho amato nella loro singolarità. Però, a ben guardare, per me il cinema non è una scelta. Non si sceglie di respirare. E’ vitale, necessario. Altrimenti morirei.


E poi la storia d’amore che si palesa negli ultimi fotogrammi. Così delicata, “comprensiva” e rispettosa che stringe il cuore. E’ in perfetto equilibrio con la restante realtà della malattia. Quali sono state le scelte registiche che hai fatto tue per riuscire a gestire un plot facilmente sfuggente?
Il rischio principale ed anche quello più diabolico era lo scadere nel pietismo. E mai mi sarei perdonato un errore simile. Ho scelto così un dialogo sincero, onesto, semplice. Dove fossero le pause, i toni ed i respiri a renderlo così importante. In questo difficile compito ho scelto un attore che facesse proprio di questa leggerezza ed impalpabilità il principio della sua recitazione. A livello di scelte registiche ho anche limitato nella seconda parte (quella dei dialoghi) il numero di inquadrature i gli inutili virtuosismi.


Guardando i tuoi corti, la fotografia così pulita e oserei dire verista mi è balzata alla memoria l’inconfondibile “firma” di Tornatore del calibro di “Nuovo cinema Paradiso” e non ultimo “Baaria”. Semplice coincidenza oppure c’è un “accenno” veritiero dietro quello che di bello ho visto?
Non so quanto il mio fare cinema sia stato contaminato da Tornatore sebbene rappresenti per me la vera essenza della regia. L’ispirarmi a lui non è mai stata una scelta volontari. Sicuramente ci sono certe atmosfere che adoro raccontare e che ritrovo spesso nei suoi capolavori, ma che di certo narrerei anche senza il suo esempio. In particolar modo penso all’ambientazione anni 40/50; costante in tutti i miei film, l’unica dove riesca a trovare colori e profumi oramai scomparsi.

Intervista a cura di Paola Tarasco

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 09 Giugno 2010 15:55 )
 

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