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“Circus” di Francesco Felli
Mercoledì 23 Giugno 2010 12:49    PDF  | Stampa |  E-mail

“Circus” di Francesco Felli è la dolce poesia del mimo giocato sull’espressioni, sulle suggestioni che i circo ed i fenomeni da baraccone ad esso legati trasmettono. Reminiscenze d’infanzia filtrate attraverso le buffe movenze, gli sguardi accattivanti e frammenti di vita consumati sul ciglio della strada, tra un cambio d’abito e l’atro alla ricerca di un volto “spento, incupito” per riportarlo alla festosità, seppur fugace, per strappare un sorriso ad un bimbo incuriosito dai curiosi ospiti che la “culla” del paesello accoglie nel suo grembo e un viso maturo segnato dalla fatica protrattosi negli anni a cui trasmettere una fuggevole venatura di spensieratezza. Il Circo è una vita parallela vissuta al limite del verosimile giocata sull’andirivieni delle contraddizioni bene-male, gioia-tristezza che si intuiscono ma mai si palesano del tutto. E’ la vita giocata sull’anticipazione degli eventi avversi che spesso si prendono beffa dello spirito e che spesso si affronta con un sorriso anche se solo “disegnato”.

Come mai la tua scelta è caduta sul Circo? Cosa ti affascina della vita circense?
Il circo è assoluta espressione di arte e genio ma anche di libertà ed indipendenza. Ho sempre sognato di far parte di un circo. Di scegliere che nella vita avrei camminato su un filo, con il rischio di cadere ma anche con la possibilità di diventare un eroe. Il clown poi poiché racchiude in sé quel dualismo che da sempre mi perseguita. Tragico nella commedia e comico nella tragedia. Capace di far sorridere gli altri ma incapace di sorridere.


La metamorfosi dal sapore antico che prende vita sul ciglio di una strada,  tra un vecchio baule ed un carretto sbilenco sotto gli occhi attenti e curiosi dei passanti. E’ una pagina di vita che inizia e finisce nell’arco di un’esibizione. Perché hai deciso di rappresentarla così?
La precarietà della vita circense vissuta tra contraddizioni e gioie sofferte mascherata da un sorriso disegnato sul volto. Cosa pensi possa suscitare fascinazione in questo?
Il senso di questo corto è quello che oramai da tempo cerco di raccontare nei miei lavori (vedi anche Ogni giorno). A mio giudizio, infatti, anche nella situazione più drammatica esiste un buon motivo per sorridere. Magari un secondo. In questo caso l'allegria è portata dall'arrivo inaspettato di questa improbabile compagnia circense. La gioia, ancor più nel dramma,  è però condizione tanto preziosa quanto effimera. Così, in questo caso, non dura che il tempo di una giornata.


Il Circo è l’espletamento della vita, la gioia espressa attraverso un gesto, un sorriso, una smorfia e la malinconia abilmente celata. Racchiude un mistero quasi ancestrale dal sapore nostalgico. E' un modo per eternare l’infanzia?
Credo che l'infanzia sia la parte d'esibizione del circo. Quella colorata, allegra, rumorosa. E che invece, specie nei casi più fortunati, non si conosca ancora quel lato di malinconia che inizia quando si spengono i riflettori. Così la differenza è che il bambino è veramente ingenuo nella sua visione della vita, mentre l'artista ed il clown fanno finta di esserlo affinchè la razionalità non prenda il sopravvento sul sogno


La musica è attore imprescindibile che regala brivido e suggestione. Come sei giunto alla scelta delle note su pellicola?
Visto il tema trattato, ho voluto rendere un devoto omaggio a "La strada" di Federico Fellini. Tra l'altro è la prima volta che non ricorro all'estro del M° Francesco Venerucci, autore di tutte le colonne sonore dei miei film. Eppure il processo creativo è stato lo stesso di sempre. Inizio da un'atmosfera che mi perseguita. Da lì scrivo un breve soggetto. Poi, scelta la musica, seguo le variazioni del ritmo per la scrittura della sceneggiatura. Così anche lo storyboard (e quindi la scelta delle inquadrature) è assolutamente legato alle battute musicali. Se c'è poi una cosa cui tengo molto è giustificare la musica, mostrandone la fonte (un giradischi, una radio, uno strumento...)


Una storia senza parole che prende vita dalle movenze, dagli sguardi, dal contatto. Perché il mimo?
Nel mio primo cortometraggio, che spesso definisco alla W. Allen "così brutto che in cinque Stati dell'America l'hanno sostituito alla pena di morte", c'erano tante parole. Troppe. Da lì è iniziata una mia ricerca, quasi una sfida, che mi ha portato ad utilizzare  il parlato solo esclusivamente là dove si riveli essere davvero indispensabile. Cioè quasi mai. In questo lavoro a mio giudizio avrebbe persino rischiato di essere un fastidio risveglio dal sogno cui ho provato a coinvolgere lo spettatore


Come è avvenuta la scelta dei personaggi e conseguentemente degli attori?
Una sera ci siamo ritrovati in una sala da tea con tutti gli attori selezionati. L'unica indicazione data ai miei assistenti era di scartare le persone "normali". Così a quell'appuntamento sono arrivate donne molto grasse, nani, uomini pelosi o barboni. Poi ovviamente c'è stata una selezione in base alla capacità professionale di ciascuno. Avrei voluto anzi inserire altri personaggi ancora, ma non c'è stato il tempo necessario per scritturarli. Inizialmente era prevista anche una scena di nudo (costante in tutti i miei altri lavori) con protagonista la ragazza che interpreta il ruolo dell'odalisca.

 

Intervista a cura di Paola Tarasco

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 25 Giugno 2010 09:18 )
 

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