Ha appena terminato la maturità, siculo, dalla scapigliata capigliatura ed è un regista, molto giovane. Cristin Patanè dimostra attraverso i primi fotogrammi di sapere il fatto suo, di saper ben destreggiarsi dietro il filtro della macchina da presa. La celluloide è la tela sulla quale imprime storie, mutazioni ed emozioni. Ha iniziato giovanissimo all’età di soli tredici anni ed il risultato di tanta passione e lavoro è stato il cortometraggio “Le notti bianche, o come quando il colore perse di ogni significato” girato in 35 mm e da lui stesso prodotto e realizzato per Azteca produzioni cinematografiche E’ al suo settimo lavoro, con una media superiore all’unità di produzioni l’anno, finora realizzate in digitale. La trama complessa e di grande impatto è una rivisitazione delle Notti Bianche di Dostoevskij il cui ambiente di San Pietroburgo è stato ricontestualizzato nella Sicilia ma girate in parte in Basilicata, a Pisticci dove il regista ha dovuto ricostruire i contorni della sua terra. Il plot di grande intensità è puntellato da immagini che fanno parte dell’intimità esistenziale vissuta attraverso oggetto evocanti ancestrali emozioni d’altri tempi che ben si incastrano in un presente spesso deludente, sintomatico però di una crescita ed evoluzione nei sentimenti. Nonché in un’ esistenza vissuta con una maggiore e consapevolezza, il cui bagaglio culturale e vitale ne costituisce la “conditio sine qua non” per una evoluzione nello spirito.
Dimostri una mirabile vena poetica che trasponi su pellicola in maniera delicata e precisa. Come nasce l’amore per la macchina da presa in un ragazzo giovane come te? Credo che l’amore per il cinema sia la sintesi di due più grandi passioni: la fotografia e il teatro. Questo ibrido, per la mia storia, per i miei percorsi, si è rivelato essere un grande “stimolatore”, in quanto entrambi gli elementi sono la sintesi della mia concezione di “estetica letteraria” e piano descrittivo molto fertile in cui mi si è permesso di descrive la realtà, e oggettiva e relativa, secondo i miei occhi, secondo la mia prospettiva. Spesso non abbiamo l’opportunità di estraniarci e di comunicare qual è la nostra prospettiva su ciò che ci circonda. La macchina da presa, tramite la celluloide, ha impressionato la mia realtà e ciò mi ha permesso di comunicare, in modo più o meno implicito, ciò che di più recondito e nascosto sta nel mio intimo. G. Deleze dice che l’artista, in questo caso il regista, ha un forte bisogno di “comunicare”, in quanto vive forme particolari di sociopatia e soffre per la sua forte emotività. I processi psichici di comunicazione del regista si muovono sul piano dell’intuizione, sono depurati da qualsiasi retorica spicciola. Il cinema è per me la proiezione del mio inconscio più profondo, è un bisogno viscerale senza il quale mi troverei ad affrontare senza mezzi il marciume dell’anima. Strumento, arma e consolazione, la pellicola è riuscita ad esorcizzare, tramite l’acting (alla maniera di Otto Rank), tutte le angosce, le nevrosi e le pulsioni non esternate del mio intimo. Oltre che lavoro, il cinema è in qualche modo una forma di salvezza.
Flashback scanditi da un grammofono, un tuffo nei ricordi tramite un oggetto evocativo di nostalgiche emozioni. Come sei giunto ad una scelta così d’altri tempi? Io non ho niente contro la modernità, anzi ne sono affascinato, ma ci sono aspetti socio-culturali che si sono fatti in qualche modo “deformare” dallo sfavillante mondo in cui viviamo. L’Imago è ormai un aspetto che appartiene a tutti noi. La nostra quotidianità è segnata dall’estetica ridondante e ciò per me è oltremodo snervante. Io costruisco la struttura psichica e narrativa delle mie storie partendo sempre da elementi della quotidianità, che siano leggeri ed effimeri o pesanti e profondi. Il quotidiano che ci circonda ha perso la sua poeticità. Mi accorgo, invece, che le persone “arcaiche”, come mi piace definirle, ad esempio mio nonno, riescono a descrivere il loro quotidiano con un grande coinvolgimento emotivo, capace di strapparti anche momenti di commozione forte. I miei “altri tempi” sono il tentativo di restituire al cinema quell’elemento così genuinamente poetico che è proprio delle persone “arcaiche”, ovvero l’elemento artistico, non estetico. Il mio simbolo è diventato un grammofono, oggetto così vivo e vissuto, il quale si lascia sopravvivere per la non riproducibilità del gusto per il suono che passa dall’ottono, dal legno e dal vinile. In qualche modo, il grammofono mi rievoca nostalgia per un tempo che non ho mai vissuto di persona, ma che mi è stato evocato.
La parabola dell’amore è vissuta tra il chiaro-scuro delle contraddizioni insite nel sentimento stesso. Come hai costruito un plot del genere? Quali sono state le scelte registiche a cui hai dovuto rinunciare e quali quelle adottate? Alla prima domanda non risponderò, in quanto è un segreto troppo intimo. Quello è un messaggio che solo pochi hanno saputo interpretare. Diciamo che non ho rinunciato a determinate scelte registiche. Ho rinunciato ad inquadrature e movimenti macchina per questioni produttive, ma l’impronta che ho cercato di dare a questo prodotto è rimasta intatta. Indubbiamente l’impatto con un tipo di narrazione del genere può stranire lo spettatore e prendo atto di questo. Le Notti Bianche è la conclusione del mio processo di sperimentazione artistica. Ho capito, anche se solo in parte (e questo è già un gran risultato), quali sono i miei linguaggi e i miei stili. Non sto cercando di essere la nota stonata del cinema, sia chiaro, cerco solo di capire a cosa corrisponde il “mio” rispetto al “loro”.
La musica “cult” da grandi intenditori è parte essenziale della pellicola. E’ anch’essa attrice sulle cui note danzano le interpretazioni degli attori. Come mai questa scelta mirata? Sulla musica, non so risponderti. Capita che, quando sono nella fase “intuitiva” in cui si sta delineando l’idea, ascolti casualmente un brano, di solito di repertorio classico, il quale riesce a stimolare l’intuizione e fa prendere forma concreta all’idea. Questo passaggio non sono ancora riuscito a spiegarmelo.
Nel descrivere le altalenanti suggestioni emozionali del protagonista ti soffermi con minuziosa cura su particolari cromatici. Come mai? Nel sotto testo che integra il titolo si cela un significato recondito? Sono i particolari che creano il momento; è il momento che crea la storia. Questo è il sillogismo su cui si basano le mie intuizioni primordiali. A volte mi trovo a passeggiare di notte e capita che ad un certo punto mi fermi ad osservare qualcosa di “interessante”. Da lì, dopo un po’, metabolizzo e in testa si crea un momento, una situazione, un’azione, insomma qualcosa che successivamente andrà ad autodefinirsi in una storia. Credo che siano i momenti, i piccoli particolari, che rimangono più impressi e sono questi che muovono il sentimento nella storia. La cromaticità è legata al tipo di sentimento. Ho un rapporto particolare e con i colori e con i numeri. Questi due elementi influenzano particolarmente anche i miei personaggi. Il sottotesto è un indizio, è la chiave di lettura che do al mio spettatore per accedere nel profondo del film. Non nascondo che è anche un gioco di parole intento a confondere.
La location è insolita, la Basilicata hai legami con la Regione, nello specifico Pisticci oppure è stata una scelta casualmente indotta? La Basilicata è un posto che ho riscoperto. E’ stata una scelta indotta dai meccanismi produttivi del cinema, ma ha rispecchiato molto le mie esigenze. Desideravo un posto che riuscisse a far respirare l’immagine, che la rendesse viva. Volevo un luogo rupestre e arroccato, che mi desse una sensazione di intimità. Pisticci, magnifico e surreale paesino, è riuscito a rispondere a queste esigenze.
Interviste a cura di Paola Tarasco
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 14 Luglio 2010 12:26 )
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